Mobilizzazione persona allettata – Corso caregiver OSS

Di seguito, video lezione sulla mobilizzazione e posture di persone allettate e deambulazione:

Trascrizione / Sintesi

Buongiorno e benvenuti a questa nuova lezione del corso per operatori socio-sanitari.
Di che cosa parleremo e quali sono gli obiettivi?

Tratteremo l’argomento deambulazione e posture. Che cosa dovremo sapere, al termine di questo corso? Dovremo riconoscere le diverse tipologie di posture a cui può andare incontro il paziente, capire come supportare le strutture e gli schemi corporei e ridurre il rischio di sviluppo di lesioni da decubito. Dovremo conoscere le posture in relazione alla situazione clinica del momento, per esempio le posture da utilizzare per favorire la respirazione, durante il vomito, in caso di soffocamento o di svenimento. Inoltre, dovremo imparare a prestare assistenza al paziente durante la deambulazione utilizzando le tecniche corrette.

Dunque, partiamo dal concetto di mobilizzazione. Quando parliamo di mobilizzazione apriamo un capitolo molto ampio della medicina fisica e della medicina riabilitativa, che comprende tantissimi argomenti. Qui ne vedremo solo alcuni nelle slide successive. La mobilizzazione è un capitolo molto grande, un vero e proprio contenitore di contenuti.

Che cos’è la mobilizzazione? È fondamentale per qualsiasi essere umano, ancor di più per la persona malata, perché alcune patologie possono compromettere determinati aspetti del movimento. Ci sono malattie che possono influire sulla postura, sull’andamento durante la camminata, sulla possibilità di cambiare posizione nel letto di degenza e, non ultimo, sulla capacità di prevenire eventuali lesioni da decubito. Tutte quelle lesioni sono legate proprio agli effetti sul corpo della mancanza di mobilizzazione del paziente.

Quando parliamo di mobilizzazione, però, non parliamo solo di questo. In questo grande contenitore rientra anche un argomento importante: la sicurezza del paziente e dell’operatore coinvolto nell’assistenza diretta. È quindi un tema molto vasto e qui ne analizzeremo solo alcuni aspetti.

Vi anticipo che, insieme a questa presentazione che costituisce la base teorica da cui partire, vi verranno forniti anche link a video che mostrano le procedure corrette di mobilizzazione dei pazienti e file PDF con le stesse procedure illustrate. Avrete quindi tre tipi di supporto: il PowerPoint come base teorica, i video da guardare e i PDF con le tecniche spiegate e illustrate.

Iniziamo guardando un termine molto caro alla medicina riabilitativa: il decubito. Che cos’è il decubito? È la posizione che il malato assume a letto. In generale possiamo distinguere tre tipi di decubito.

Abbiamo il decubito indifferente, quando parliamo di persone che non hanno deficit che impediscano di assumere e cambiare posizione autonomamente, quindi persone che raggiungono gli schemi corporei in maniera indipendente e provvedono da sole alle proprie esigenze. Sono persone senza problematiche che si riflettano sulla capacità di mobilizzazione.

Poi abbiamo il decubito antalgico. Questo è importante ed è anche complesso da studiare, perché il dolore si esprime diversamente a seconda del soggetto e può variare anche tra persone con la stessa patologia. Il decubito antalgico è quella posizione che aiuta una persona a eliminare, completamente o in parte, il dolore fisico. Vi ricordate quando abbiamo parlato del dolore nella lezione sui parametri vitali? Tra tutti i parametri, il dolore è quello che più risente della soggettività di chi lo vive e anche della rilevazione da parte dell’operatore sanitario. Questi presupposti non vanno mai dimenticati.

In clinica esistono diverse posizioni che possono aiutare il paziente a sopportare meglio un dolore o addirittura eliminarlo. Succede anche a noi: quando abbiamo mal di schiena o una forte cefalea, alcune posizioni migliorano il dolore. Sono soprattutto le patologie muscolo-scheletriche a trovare giovamento dal cambio di postura. Nel paziente non autosufficiente questo richiama la necessità di una tecnica corretta di mobilizzazione, perché una tecnica errata può peggiorare il dolore anziché migliorarlo. Il decubito antalgico si utilizza anche nel post-operatorio, perché le ferite chirurgiche sono comunque causa di dolore. Se un paziente trova beneficio in una posizione, va favorito: questo può ridurre anche la necessità di farmaci antidolorifici e migliorare il benessere psicologico, che aiuta ogni processo di guarigione.

L’ultimo tipo è il decubito obbligato. È definito “obbligato” quando un paziente, a causa di patologie importanti, può assumere solo pochi schemi posizionali, come per esempio nell’ictus. Può essere anche temporaneo, legato a indagini diagnostiche o al periodo immediatamente successivo. Decubito obbligato non significa, ovviamente, che il paziente non abbia diritto alle misure di prevenzione delle lesioni da decubito: queste restano fondamentali.

Iniziamo ora a vedere le possibili posizioni del paziente a letto.

La posizione classica è la posizione supina, quella che tutti conosciamo. È la posizione del corpo orizzontale con il volto rivolto verso l’alto. L’angolo tra il corpo e il letto è di 180 gradi: la persona è perfettamente parallela al piano del letto. In basso a destra è indicato l’allineamento posturale. Che cos’è? È il miglioramento della posizione assunta, spesso realizzato con l’aiuto di presìdi come i cuscini, per evitare dislivelli, contratture e tensioni muscolari che porterebbero a posture viziate. L’allineamento posturale aiuta anche a prevenire le lesioni da decubito, perché piani corporei non ben livellati possono generare forze dannose.

Per realizzarlo: il piano del letto dovrebbe essere il più possibile orizzontale, salvo patologie o fasi acute; la colonna vertebrale deve essere allineata; si usano cuscini sotto testa e spalle; si posizionano presìdi sotto i polpacci per lasciare i talloni sospesi e cuscini sotto le piante dei piedi. Questo previene il contatto prolungato dei talloni con il letto e aiuta a evitare posture viziate, come il piede equino, dovuto allo scivolamento continuo del piede in avanti. Un altro accorgimento è l’archetto alza-coperte, che evita pressioni eccessive sulle dita dei piedi, soprattutto nei pazienti molto magri o defedati.

Quando si utilizza la posizione supina? Tra i vantaggi: rientra nello schema di rotazione delle posture, favorisce il riposo, facilita l’allineamento e mantiene liberi drenaggi, cateteri e tubi. È indicata nei traumi cervicali perché riduce il rischio di lesioni midollari. Tra gli svantaggi: non va utilizzata in caso di vomito, insufficienza respiratoria importante o alcuni dolori muscolo-scheletrici. Le zone a rischio decubito sono talloni, gomiti, sacro, glutei, zona occipitale e scapole. Attenzione nei pazienti con protesi recenti o fratture vertebrali: seguire sempre le indicazioni mediche e infermieristiche.

La posizione opposta è la posizione prona: il paziente è orizzontale con addome e viso rivolti verso il letto. Può risultare scomoda per alcuni pazienti. La testa va girata di lato, salvo controindicazioni cervicali. I vantaggi: massima flessione delle ginocchia, sollievo da contratture e favorisce il drenaggio delle secrezioni bronchiali. Gli svantaggi: non tollerata a lungo, controindicata in portatori di drenaggi addominali, ossigenoterapia, ferite recenti o fratture cervicali. Assolutamente vietata nei neonati e nei lattanti per rischio di soffocamento.

Molto utilizzata è la posizione laterale (destra o sinistra): il paziente poggia su un lato del corpo. Si utilizzano cuscini tra tibie e talloni per evitare sfregamenti tra le parti ossee e prevenire lesioni.

Passiamo ora alle posture ottenibili agendo sul letto.

La posizione di Fowler, dal nome del chirurgo che la studiò, si realizza quando testa e tronco sono più in alto rispetto agli arti inferiori. Può essere alta, media o bassa.

La Fowler alta (oltre 60°) è indicata nell’insufficienza respiratoria, durante il pasto, nel vomito e nel reflusso gastro-esofageo. Non è indicata nei traumi vertebrali.
La Fowler media (40–60°) ha indicazioni simili ma minore efficacia nella respirazione e nel vomito.
La Fowler bassa (circa 30°) è simile alla supina e favorisce il riposo.

La posizione di Trendelenburg si ottiene con testa e tronco più in basso rispetto agli arti inferiori. È detta “posizione anti-shock” e si usa in emergenza per favorire l’afflusso di sangue agli organi nobili, ma va mantenuta per tempi brevi per gli effetti collaterali (pressione addominale, difficoltà respiratoria, stasi venosa).
L’opposto è l’anti-Trendelenburg, usata quasi esclusivamente in ambito chirurgico.

Dopo le posture, vediamo ausili e presìdi per la deambulazione. Ogni scelta va sempre discussa in équipe, soprattutto nei pazienti con deficit importanti o interventi recenti.

Presidio: supporto per l’operatore nella mobilizzazione.
Ausilio: strumento che compensa una disabilità (carrozzina, bastone).
Protesi: sostituisce una parte del corpo non funzionante (anca, denti, valvole cardiache).
Ortesi: migliora temporaneamente una funzione compromessa (busti, cavigliere).

Il bastone è molto usato nei pazienti con emiparesi e serve a compensare deficit muscolari, migliorare equilibrio e allineamento. È composto da manico ergonomico, fusto regolabile e puntale antiscivolo. La sequenza corretta di camminata: bastone avanti, gamba debole, poi gamba sana. Esiste anche una variante più complessa per chi ha maggiore equilibrio.

Per salire le scale: operatore dietro e lateralmente; sequenza arto sano – bastone – arto malato.
Per scendere: operatore davanti; sequenza bastone – arto malato – arto sano.

La stampella (o gruccia) offre maggiore stabilità del bastone. L’impugnatura deve essere all’altezza del grande trocantere; deve esserci spazio tra ascella e appoggio per evitare compressioni.

Con le stampelle esistono tre principali modelli di deambulazione:
– a quattro appoggi: massima stabilità;
– a tre appoggi: con un solo tutore;
– a due appoggi: per pazienti con buon equilibrio.

Prima di ogni percorso riabilitativo è fondamentale una fase di accertamento: dolore, pressione, parametri vitali, stanchezza. Osservare sempre le prescrizioni di infermiere e fisioterapista, monitorare segni di affaticamento, vertigini, nausea o sudorazione e valutare infine l’andamento complessivo del cammino.

Da Sara Palazzotti

Caregiver Familiare  

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